VLamax nel ciclismo: cos’è, come influenza la performance e come interpretarla
Negli ultimi anni si è parlato sempre più spesso di VLamax, soprattutto in ambito ciclistico, dove questo parametro è stato progressivamente presentato come una delle chiavi per comprendere meglio il profilo fisiologico dell’atleta e orientare l’allenamento.
Come accade spesso quando emerge un nuovo concetto interessante c’è il rischio di trasformarlo rapidamente in una sorta di parola magica. In realtà la VLamax non è né un segreto né un valore da inseguire in modo assoluto, ma invece un parametro utile, che può aiutare a leggere meglio alcune caratteristiche metaboliche dell’atleta, a patto di saperlo contestualizzare correttamente.
Per questo motivo, quando si parla di VLamax, la domanda più utile non è tanto se sia “alta” o “bassa”, ma piuttosto cosa significhi quel valore per quello specifico atleta, in quella specifica disciplina e in quel preciso modello di prestazione.
COSA È LA VLAMAX E PERCHÈ È IMPORTANTE?
La VLamax può essere definita come una stima della massima velocità di accumulo del lattato nel sangue, espressa generalmente in mmol/L/s, e viene utilizzata come indicatore della potenza glicolitica anaerobica.
Non rappresenta quindi in modo diretto tutta la complessità del metabolismo anaerobico, ma offre una finestra interessante sulla capacità dell’atleta di produrre energia rapidamente attraverso la glicolisi.
In termini pratici, una VLamax più elevata è generalmente associata a una maggiore capacità di produrre rapidamente energia in sforzi molto intensi e di breve durata. Al contrario, una VLamax più contenuta tende a essere più compatibile con prestazioni di lunga durata e con una maggiore sostenibilità del lavoro vicino alla soglia.
COME LA VLAMAX INFLUENZA LE PRESTAZIONI NEL CICLISMO
Il motivo per cui la VLamax ha attirato così tanta attenzione è che aiuta a spiegare un aspetto fondamentale della fisiologia applicata alla prestazione: il rapporto tra componente aerobica e componente glicolitica.
In modo semplificato, un atleta con elevata capacità glicolitica può essere molto efficace negli sforzi brevi, esplosivi e ad alta intensità, ma allo stesso tempo può andare incontro più facilmente a un maggior utilizzo di carboidrati, a una produzione di lattato più rapida e, in certi casi, a una minore sostenibilità della potenza nelle prove prolungate. Al contrario, un atleta con VLamax più bassa tende spesso a esprimersi meglio in sforzi lunghi e regolari, con una miglior economia metabolica nelle intensità submassimali o di soglia.
Questo è uno dei motivi per cui due atleti con valori simili di VO₂max possono poi mostrare prestazioni molto diverse in gara. La differenza, infatti, non dipende solo dalla potenza aerobica massima, ma anche da come l’atleta produce energia, da quanto è “costoso” metabolicamente lavorare a certe intensità e da quale sia il compromesso tra capacità di rilancio e sostenibilità.
COSA MISURA DAVVERO LA VLAMAX
Quando si esegue un test per stimarla, non si sta misurando direttamente la massima attività glicolitica intramuscolare. Più correttamente, si ottiene una stima indiretta, ricavata a partire dall’aumento del lattato nel sangue dopo uno sprint massimale, insieme ad alcune assunzioni sul tempo alattacido e sul contributo dei diversi sistemi energetici. Per questo motivo, la VLamax è un parametro interessante, ma non va interpretato come un numero assoluto e incontestabile.
La sua utilità pratica resta elevata, soprattutto se viene rilevata con protocolli coerenti e confrontata nello stesso atleta nel tempo. Diventa invece molto meno solida quando la si usa in modo isolato, fuori contesto o come etichetta definitiva del profilo dell’atleta.
VLAMAX ALTA O BASSA: QUALE È MIGLIORE?
La risposta corretta è: dipende.
Dipende dalla disciplina, dalla durata dello sforzo, dal ruolo tattico dell’atleta e dalle caratteristiche complessive del suo profilo fisiologico.
Un velocista, un pistard, un atleta impegnato in prove esplosive o in finali molto nervosi può trarre vantaggio da una componente glicolitica più sviluppata. In questi casi, una VLamax più alta può essere coerente con le richieste della prestazione.
Al contrario, un atleta orientato verso cronometro, salite lunghe, marathon, granfondo molto regolari o prove di endurance protratte nel tempo può beneficiare maggiormente di una VLamax più contenuta, perché questo può favorire una migliore sostenibilità dello sforzo e una maggiore efficienza vicino alla soglia.
Nel ciclismo su strada, tuttavia, il discorso è spesso meno estremo. Raramente l’obiettivo reale è semplicemente “abbassare” o “alzare” la VLamax. Molto più spesso il lavoro consiste nel trovare il miglior compromesso possibile tra capacità di sostenere potenze elevate a lungo e capacità di produrre rilanci, attacchi, volate o cambi di ritmo.
È proprio qui che il parametro diventa interessante: non tanto per definire se un atleta sia “forte” o “debole”, ma per capire in che modo produce la sua performance.
IL RAPPORTO TRA VLAMAX, SOGLIA E PERFORMANCE DI ENDURANCE
Uno dei motivi per cui la VLamax viene spesso collegata alla performance di endurance è il suo rapporto teorico con la potenza sostenibile a lungo.
In termini pratici, una maggiore componente glicolitica tende ad associarsi a una maggior produzione di lattato e a un maggior ricorso ai carboidrati a determinate intensità. Questo, almeno sul piano teorico e applicativo, può rendere più difficile sostenere elevate percentuali della potenza aerobica per lunghi periodi. Al contrario, una VLamax più contenuta può favorire una miglior espressione della soglia e della potenza al MLSS, a parità di altre condizioni.
Ovviamente questo non significa che la soglia dipenda solo dalla VLamax. La performance di endurance resta il risultato dell’interazione tra più fattori: VO₂max, economia, capacità di ossidare i substrati, caratteristiche neuromuscolari, efficienza meccanica, tolleranza allo sforzo e specificità della gara.
Per questo motivo la VLamax non va mai letta da sola, ma sempre insieme agli altri parametri che descrivono l’atleta.
COME SI MISURA LA VLAMAX
La stima della VLamax viene generalmente effettuata attraverso test specifici che combinano uno sprint massimale di breve durata e il rilevamento del lattato ematico nei minuti successivi.
Negli anni sono stati proposti diversi protocolli, e proprio questo è uno dei punti che richiedono più attenzione. La VLamax, infatti, è un parametro fortemente influenzato dal metodo con cui viene calcolata: durata dello sprint, modalità di esecuzione, timing dei prelievi, assunzioni sul tempo alattacido e qualità complessiva della procedura.
Proprio per questo motivo non basta “fare uno sprint e misurare il lattato” per ottenere automaticamente un dato affidabile.
Una parte della letteratura recente suggerisce, ad esempio, che la durata del test incida in modo significativo sul valore ottenuto. In ciclismo, test di 10 secondi possono produrre valori più elevati e ridurre il contributo ossidativo rispetto a prove più lunghe, mentre protocolli da 15 secondi o più possono introdurre ulteriori fonti di variabilità.
Dal punto di vista pratico, questo porta a una conclusione importante: la VLamax è particolarmente utile quando viene rilevata con protocollo standardizzato e ripetuta nello stesso atleta nel tempo, più che quando viene confrontata in modo assoluto tra soggetti diversi o tra test eseguiti con procedure differenti.

QUANTO È AFFIDABILE IL DATO?
Anche questo è un aspetto che merita onestà.
La VLamax può fornire indicazioni interessanti, ma non è un parametro perfetto né immune da errore. Alcuni studi hanno evidenziato che l’affidabilità di questi test può essere soltanto moderata, con una variabilità non trascurabile sia nella risposta del lattato sia nei calcoli successivi.
Questo non significa che il dato non serva. Significa però che va interpretato per ciò che è: uno strumento utile, ma da usare con prudenza e competenza.
In altre parole, la VLamax può essere molto informativa se inserita in una valutazione fisiologica più ampia. Diventa molto meno utile quando viene trattata come numero assoluto o come risposta definitiva a ogni problema di performance.
COME INTERPRETARLA IN PRATICA
Dal punto di vista dell’allenatore, la vera utilità della VLamax non sta tanto nel valore in sé, ma nelle domande che quel valore aiuta a porsi.
Per esempio:
- l’atleta ha una componente glicolitica molto sviluppata rispetto alle richieste della sua disciplina?
- sta pagando metabolicamente troppo gli sforzi intensi?
- ha una buona capacità di sprint e rilancio ma fatica a sostenere la soglia?
- al contrario, è molto economico e resistente ma poco incisivo nei cambi di ritmo?
- le richieste della gara obiettivo sono coerenti con il profilo metabolico attuale?
Domande di questo tipo sono spesso molto più utili del semplice tentativo di classificare la VLamax come “troppo alta” o “troppo bassa”.

SI PUÒ ALZARE O ABBASSARE LA VLAMAX CON L’ALLENAMENTO?
In linea generale sì, ma anche qui è bene evitare semplificazioni eccessive.
La risposta della VLamax all’allenamento dipende dal contesto complessivo: volume totale, distribuzione delle intensità, tipologia di sprint o interval training utilizzato, recuperi, stato di allenamento dell’atleta e probabilmente anche aspetti nutrizionali.
Per questo motivo non è corretto associare in modo automatico un singolo metodo a un singolo adattamento. Ad esempio, nella pratica si tende spesso a pensare che lavori molto intensi e sprint facciano sempre aumentare la VLamax, mentre i lavori di endurance o di soglia la facciano sempre diminuire. In realtà la risposta adattativa è più complessa. Uno studio ha mostrato, per esempio, che un periodo di sprint interval training può migliorare la potenza al MLSS anche accompagnandosi a una riduzione della VLamax, mentre un periodo di endurance training può agire soprattutto aumentando il VO₂max.
Questo non significa che tutto si equivalga, ma che la direzione dell’adattamento non dipende solo dal nome del metodo, bensì da come quel metodo è inserito nella programmazione.
ALCUNE INDICAZIONI PRATICHE
Pur con tutte le cautele del caso, sul piano applicativo si possono fare alcune considerazioni generali.
Se l’obiettivo è mantenere o valorizzare una componente glicolitica elevata, saranno spesso presenti:
- sprint brevi e massimali
- lavori neuromuscolari ed esplosivi
- esercitazioni ad alta intensità con forte richiesta anaerobica
- in alcuni casi, lavoro di forza massimale o esplosiva
Se invece l’obiettivo è rendere l’atleta più efficiente nelle prove di lunga durata, e quindi orientare il profilo verso una miglior sostenibilità metabolica, è frequente lavorare molto su:
- volume aerobico
- intensità medio-basse ben strutturate
- lavoro di soglia e sotto-soglia
- costruzione della capacità di sostenere lavoro costante e prolungato
Ma anche qui il punto non è costruire regole rigide. Il punto è capire quale adattamento sia davvero coerente con la gara, con la disciplina e con il profilo attuale dell’atleta.
LA VLAMAX VA SEMPRE ABBASSATA NEGLI ATLETI DI ENDURANCE?
No. E questo è probabilmente uno degli equivoci più frequenti.
In alcuni contesti una riduzione della componente glicolitica può essere utile. In altri, però, ridurla troppo potrebbe impoverire la capacità di rilancio, di sprint, di risposta ai cambi di ritmo o di gestione delle fasi più nervose della gara.
Un ciclista su strada, ad esempio, non ha bisogno solo di essere efficiente in modo lineare. Deve spesso saper ripetere accelerazioni, rispondere agli attacchi, affrontare tratti tecnici, rilanciare dopo curve, stare nel gruppo e, in molti casi, sprintare. In queste situazioni una VLamax troppo bassa potrebbe non essere ideale, anche se sulla carta favorisse la sostenibilità dello sforzo regolare.
Ancora una volta, la chiave non è cercare un valore universalmente migliore, ma il profilo più adatto alla prestazione richiesta.
CONCLUSIONI
La VLamax è senza dubbio un parametro interessante, soprattutto perché aiuta a leggere meglio il rapporto tra componente aerobica e glicolitica e a interpretare con maggiore profondità il profilo fisiologico dell’atleta.
Allo stesso tempo, però, non va mitizzata.
Non è un segreto, non è una scorciatoia e non è un numero da rincorrere in astratto. È uno strumento utile, a patto di ricordare che si tratta di una stima indiretta, influenzata dal protocollo di test e da diverse assunzioni metodologiche.
La domanda più utile, quindi, non è se la VLamax sia alta o bassa in assoluto, ma se sia coerente con le richieste della disciplina, con le caratteristiche dell’atleta e con l’obiettivo dell’allenamento.
È da qui che nasce la vera applicazione pratica del parametro.
FAQ
Una VLamax alta è sempre un vantaggio?
No. Può essere vantaggiosa in prove brevi, esplosive o con molte accelerazioni, ma meno favorevole in contesti in cui conta soprattutto sostenere potenze elevate a lungo.
Una VLamax bassa è sempre meglio per un ciclista endurance?
Non necessariamente. Può favorire l’efficienza e la sostenibilità, ma se troppo bassa potrebbe limitare la capacità di sprint, rilancio o risposta ai cambi di ritmo.
La VLamax è la stessa cosa della FTP o della soglia?
No. La VLamax descrive la componente glicolitica, mentre FTP, soglia o MLSS descrivono la capacità di sostenere potenza nel tempo. Sono parametri diversi, anche se collegati tra loro.
Quanto è affidabile il test?
Può essere utile, ma la sua affidabilità dipende molto dal protocollo utilizzato. Per questo è più sensato confrontare test standardizzati nello stesso atleta nel tempo che leggere il dato come valore assoluto.
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Daniele Bazzana – BC Training
Preparatore Atletico e Biomeccanico